L’infermiere è un professionista in cui l’aspetto scientifico e quello umano si intrecciano in un circolo virtuoso che lo rende un elemento indispensabile per la società e per il singolo individuo. Questa professione permette di affrontare quotidianamente sfide complesse come il dolore e la morte, richiedendo un equilibrio straordinario tra competenze tecniche ed empatia.
Ma cosa accade quando questo delicato equilibrio viene minacciato dall’eccessiva esposizione alla sofferenza? La fatica da compassione è quel fenomeno che rappresenta il disagio psico-emotivo che può portare l’infermiere a trattenere la propria empatia, compromettendo la capacità di stabilire una relazione di cura efficace con i pazienti.
Il termine compassione etimologicamente deriva dal latino cum-patir, che significa soffrire insieme. Quando i meccanismi di coping non riescono più a compensare lo stress accumulato, l’infermiere può sperimentare un progressivo esaurimento emotivo che intacca la sua capacità di stabilire una relazione terapeutica autentica.
Questo fenomeno non è un segno di debolezza, ma una conseguenza naturale dell’impegno professionale in contesti ad alto carico emotivo. Riconoscere e affrontare tempestivamente la fatica da compassione diventa quindi cruciale per mantenere la qualità dell’assistenza e il benessere personale del professionista.
Indice
Che cos’è la compassione?
La compassione in campo infermieristico è una qualità che va ben oltre il semplice atto di fornire assistenza e somministrare farmaci. Si manifesta attraverso un’attitudine empatica (empátheia, en- dentro, e pathos sofferenza) e una connessione emotiva con il paziente, che riconosce e risponde alla sofferenza dell’altro.
La compassione implica quindi attenzione e ascolto attivo, rispetto per la dignità umana e un approccio personalizzato che tiene conto dei bisogni fisici, psicologici e sociali del paziente.
In pratica, la compassione non è solo un sentimento, ma si traduce in azioni concrete. Ad esempio, un infermiere che agisce con compassione si preoccupa di alleviare la sofferenza non solo con interventi medici, ma anche offrendo supporto emotivo, creando un ambiente rassicurante e promuovendo il benessere generale del paziente.
È una componente essenziale per stabilire un rapporto di fiducia e per garantire un’assistenza di qualità, soprattutto in situazioni di vulnerabilità e dolore.
Questa virtù è cruciale non solo per il benessere del paziente, ma anche per l’infermiere stesso, in quanto rafforza il senso di soddisfazione professionale e aiuta a mantenere un equilibrio emotivo nella pratica quotidiana.
La fatica da compassione dell’infermiere
La fatica da compassione, o compassion fatigue, è una forma specifica di burnout che si manifesta tra i professionisti sanitari esposti costantemente alla sofferenza dei pazienti come gli infermieri soprattutto. Questo fenomeno porta a esaurimento emotivo, ridotta capacità empatica e apatia, incidendo negativamente sulla qualità dell’assistenza e sul benessere personale degli operatori.
Le cause principali includono carichi di lavoro intensi, contesti organizzativi sfavorevoli e la pressione costante di rispondere alla sofferenza altrui. Questa condizione non solo riduce la motivazione professionale ma è associata a maggiori errori medici, insoddisfazione lavorativa e costi istituzionali elevati.
Nonostante alcune critiche sul concetto di “esaurimento” della compassione, studi dimostrano che essa, se ben supportata, non è una risorsa limitata. Approcci compassionevoli, infatti, favoriscono la resilienza, riducono lo stress e migliorano sia gli esiti clinici che la soddisfazione degli operatori.
I vantaggi di un’assistenza compassionevole
La compassione offre molteplici vantaggi in ambito sanitario e oltre. Migliora gli esiti clinici, con effetti positivi sul controllo delle malattie croniche e sulla riduzione di complicazioni gravi. Rafforza la relazione medico-paziente, favorendo la fiducia e l’aderenza alle terapie.
Per gli operatori sanitari, riduce il rischio di burnout e promuove il benessere emotivo, migliorando la soddisfazione lavorativa. A livello organizzativo, riduce i costi per le cure e il numero di denunce mediche, mentre per i pazienti migliora la percezione di accudimento e il recupero psicofisico.
Gli studi evidenziano che la compassione da parte degli operatori sanitari porta notevoli benefici: per i diabetici, un controllo ottimale della glicemia aumenta dell’80%, e il rischio di complicazioni gravi si riduce del 41%. I pazienti tendono a utilizzare meno i servizi sanitari, con una riduzione del 50% dei costi e un calo dell’84% di visite ed esami. Inoltre, la compassione attiva il “sistema di ricompensa” nel cervello, associato a emozioni positive.
Azioni come sedersi accanto al paziente e ascoltarlo migliorano ulteriormente il recupero e la relazione terapeutica, riducendo persino il rischio di contenziosi legali.
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Cosa fare in caso di fatica da compassione?
Se si sperimenta fatica da compassione, è essenziale adottare strategie per preservare il benessere personale e professionale. Tra le principali azioni e i relativi articoli per approfondire ulteriormente:
- Prendersi cura di sé: concedersi momenti di pausa, dedicarsi ad attività rilassanti e favorire il sonno e una dieta equilibrata.
- Supporto sociale: condividere le proprie esperienze con colleghi, amici o familiari.
- Formazione e consapevolezza: partecipare a corsi su gestione dello stress e mindfulness.
- Chiedere aiuto professionale: rivolgersi a medici o psicologi, se necessario.
- Organizzare il lavoro: migliorare il bilanciamento tra carico di lavoro e riposo.
Questi sono solo alcuni dei modi con cui è possibile prendersi maggiormente cura di sé. L’importante è agire tempestivamente e non sottovalutare il proprio benessere emotivo e, in caso di bisogno, ricordarsi di doverne parlare con un professionista della salute mentale per evitare di cadere in trappole emotive ancora più difficili da cui emergere. La chiave è mantenere un atteggiamento proattivo, compassionevole verso sé stessi e consapevole dei propri limiti e risorse.
La fatica da compassione non è quindi un fallimento, ma un’esperienza professionale che richiede attenzione, cura e ri-modulazione. Non è un punto di arrivo, ma un’opportunità di crescita personale e professionale.
Autore: Dario Tobruk (seguimi anche su Linkedin – Facebook – Instagram)
Fonti e altri articoli per approfondire:
- G. Masera. La compassione. [L’infermiere Rivisita di infermiereonline.it]
- R. Longo (Lug,2024). La compassione come competenza medica: il suo impatto sulla salute. [dors.it]
- Maillet S, Read EA. Areas of work-life, psychological capital and emotional intelligence on compassion fatigue and compassion satisfaction among nurses: A cross-sectional study. Nurs Open. 2024 Feb;11(2):e2098. doi: 10.1002/nop2.2098. PMID: 38391103; PMCID: PMC10851087
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